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Sicilia: Maggio 2013.

Sicilia: Maggio 2013.

a cura di Cinzia Montaperto

Il viaggio da Milano è stato lungo e periglioso.
Una depressa partenza in tuta da pioggia, seguita da lunga serie di curve in mezzo al traffico sulla Serravalle durante il quale vedo a duna distanza davvero troppo ravvicinata la targa di alcuni camion. Poi l’incontro vicino al porto di Genova con alcuni amici che hanno organizzato una cenetta di saluto, durante la quale ogni proposito di moderazione viene meno e la mia dieta finisce affogata in un piatto di trenette col pesto accompagnate da abbondanti libagioni. Le venti ore di traghetto mi hanno dato modo di riflettere intensamente: cosa ci faccio qui? Quando potrei essere a Sharm? Avvolta in un elegantissimo burqa, per evitare la prova bikini? Diciamocelo onestamente: sono troppo vecchia per queste cose. Il casco, il giubbotto di pelle dell’Harley, gli stivali da moto…tutti accessori molto “wild and free” a vent’anni. Ma a cinquanta?

Caracollo svaccata in mezzo alla folla dello sbarco in quel delirio da transumanza che sempre diventano i traghetti, anche i più eleganti, quando si giunge alla terra promessa. Con un’innocente cascata, seguita da ipocrita sorriso di scusa, mi libero del pressing di una settantenne valchiria con valigione e guadagno l’agognata uscita. Ohibò, c’è una luce strana. Eppure è tardo pomeriggio. Vuoi dire che…? Ma sì, c’è il sole.
Non posso fare a meno di versare una lacrima di commozione, considerato che a Milano non lo vediamo da due mesi. La malinconia delle elucubrazioni si attenua, mentre i raggi tiepidi scaldano la pelle e il cuore.

Sto cercando un posto dove sistemarmi ad aspettare i compagni di viaggio, quando il mio sguardo viene attratto da una figura che si staglia in sella ad una moto all’ingresso del porto di Palermo. D’accordo, la moto non è granché. Uno di quei trabiccoli alti, da percorso misto, molto in voga presso il volgo, tecnologicamente avanzati, ma privi di eleganza e di una storia. BMW, mi sembra si chiami.

Ma quel centauro è la nostra esperta guida, capace di trascinarti disinvoltamente fuori dal traffico congestionato delle città, di trovare le strade più tortuose e divertenti, di farti ospitare come un re in ogni albergo a qualsiasi stella, di portare indenni alla fine del viaggio moto chiaramente poco agili e adatte alle gimkane come le Harley. Capace di contenere i forti, quelli che vogliono correre come se fossero al Mugello, sostenere i deboli, quelli che vengono superati dai carretti siciliani trainati dall’asino, e di sorridere quando ha voglia di strozzarti.

Insomma è il nostro amico Peppe. Che non doveva essere lì. Perché dovevamo trovarci più avanti. Perché così ha fatto molti chilometri inutili. Perché questo non è logico. La Sicilia infatti non è logica. E’ cuore. Come quello del panettiere Crispino di Noto, che ci ha ingozzato di pizza nel nostro precedente giro in Sicilia e al momento di pagare ci ha chiesto di fare una foto insieme a noi e niente di più.

E come quello di Peppe, il pastore di Harley, che non se l’è sentita di lasciarci privi di un sorriso di accoglienza al nostro arrivo in Sicilia. Gli corro incontro attraversando davanti ad un’auto, accompagnata da un pittoresco commento in dialetto che non sembra una benedizione.
Rido. Sono felice di essere qui. Chi l’ha detto che ho cinquant’anni? Me ne sento venti. Lungo la strada per Sambuca di Sicilia, nel buio calato lentamente insieme ad un’aria freschina sonnecchio sul mio motorone dando piccoli, affettuosi colpi di casco a mio marito, quando un profumo penetrante e dolce mi riempie le narici, svegliandomi del tutto. Sono le ginestre, in piena fioritura e, poco dopo, l’origano in tutto il suo potente aroma.

Ecco, ho di nuovo fame.
Il cortile curatissimo di un tipico baglio siciliano ci accoglie con affettuosa familiarità e la sua gentile padrona viene carinamente costretta da Peppe ad ospitare nell’immacolato cortile anche le nostre moto.
Il suo sorriso educato alla richiesta mi fa sanguinare il cuore. Un siciliano non è capace di dire di no alla richiesta di un ospite gentile e sorridente. E non è capace di smettere di nutrirti neanche quando lo supplichi dopo il secondo bis di parmigiana. Se si commuove ti porta il dessert. Niente di che: un cannolo ripieno con mezzo chilo di ricotta.

La signora non fa eccezione alla regola. Credo sia la sua vendetta per la storia delle moto in cortile.
Lo stesso tipo di cannolo, ma appena farcito, mi fissa minaccioso dalla tavola imbandita per la colazione, ma io resisto, rinfrancata da una grandiosa dormita nella pittoresca stanza che si affaccia sul cortile. Mi distraggo con la meravigliosa vista che si gode dalla terrazza della colazione, uno scorcio bellissimo di una piana ordinatamente coltivata.
La giornata prevede lo spostamento verso Aci Trezza, dove alloggeremo per tre giorni in camere con vista sui faraglioni e udito su un affollato bar alla moda con musica a palla.

Proseguiamo per Corleone, dove un Beppe nella sua forma più erudita ci illumina con la storia remota e più recente di quella organizzazione criminale che in Sicilia non esiste e non è mai esistita e di cui, se ci fosse, non sarebbe prudente parlare. Palazzo Adriano, che con le sue due chiese una di fronte all’altra è testimone di civile convivenza tra ortodossi e cattolici, sale agli onori della cronaca solo quando viene scelta da Tornatore come set di “Nuovo Cinema Paradiso”.

La cura con cui gli abitanti hanno raccolto in un piccolo museo le foto e gli oggetti appartenuti al set e l’amore e la nostalgia con cui parlano di quei mesi di forzata convivenza con la troupe sono semplicemente commoventi.
Appena fuori dal piccolo museo, davanti al bar rimasto uguale a se stesso dagli anni ’60, il vecchio Nunzio, 92 anni portati con disinvolta eleganza e lucidità si appropria di una sedia e abborda i nostri uomini che riposano all’ombra sui gradini della chiesa.

Davanti a quel sacro luogo loro pensano bene di informarsi sul vigore sessuale del vegliardo e lui pare contento di tranquillizzarli. Fino ad 84, 85, tutto benissimo, poi c’è stato qualche piccolo cedimento.
Cara signora moglie di Nunzio: “Salute!”

Confortati dai consigli di “zi’ Nunziu” per godere a lungo di una piena e gioiosa vita sentimentale ci ritiriamo ad Aci Trezza per un meritato riposo.
La tragedia mi attende il giorno dopo, quando, sulla via per Taormina, Peppe ci fa fermare in una strada apparentemente anonima di Acireale e ci fa accomodare al tavolino di un bar. Quella che sembrava un’innocua pausa caffè si rivela ben presto un attentato gastronomico. Degli enormi bicchieri di granita alle mandorle si materializzano insieme a delle enormi brioches freschissime dal profumo invitante. Le mie barcollanti difese cedono e gusto il perfetto equilibrio di fresco e dolce senza più pudore.

Ma in fondo una sostanziosa colazione sta alla base di ogni buona dieta. Le mie difese subiscono un altro duro colpo a Forza d’Agrò, paese in cui sono state girate molte scene del film “Il Padrino”, battute da una batteria di antipasti di pesce e verdura, in un ristorante con una vista mozzafiato a strapiombo sul mare e dal prevedibile nome “Il Padrino”. I sensi di colpa e un leggero senso di pienezza sciupano il mio secondo incontro con la magnifica Taormina, ma questo non mi impedisce di sorbirmi un bel caffè shakerato con vista sul mare.
La disfatta avviene quella stessa sera davanti all’innocente specchio d’acqua in cui si riflette la bellissima Aci Trezza. Guardo le luci che tremolano sull’acqua e piango lacrime di coccodrillo ingozzandomi con l’ultimo boccone di trittico di primi: pasta coi ricci, spaghetti al nero di seppia e alla “zoccola” ( non fraintendete, trattasi di un tipo di crostaceo locale, probabilmente di dubbia moralità…)

Le mie intemperanze gastronomiche vengono punite il giorno dopo, quando vengo trascinata in un vortice di curve tutt’intorno all’Etna.
Peppe ci guida sicuro per chilometri di tornanti in salita e discesa tra cui il tratto più agognato dagli amanti delle due ruote, il famoso “Piano Provenzano”.
I ragazzi (licenza poetica) gongolano felici raccontandosi imprese precedenti e io languo in preda ad una leggera nausea.

Stasera, giuro, brodino. L’Etna è sempre maestoso, imbronciato e freddo. Come dei bambini corriamo a rubare piccoli pezzi di lava e lapilli.
Per chi non lo sapesse: i lapilli tendono a disfarsi in sabbia grigio nera; assicuratevi che i vostri abiti o la tappezzeria delle valigie siano in tinta.
Lasciamo definitivamente Aci Trezza, ricchi di belle esperienze e chili in più, per dirigerci verso Noto, patria del barocco siciliano. Dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, Noto ha ricevuto ingenti finanziamenti e sembra che, per una volta, questi siano effettivamente stati usati per il restauro della città, una incantevole parata di palazzi e chiese ricchi di volute e trine tipiche del tardo barocco.

Una delle infinite conoscenze di Peppe ci guida in un buon posto per il pranzo e si raccomanda con un lungo sguardo eloquente, nel più puro stile “il Padrino”, che siamo trattati nel migliore dei modi.
Passiamo l’ora successiva ad elogiare tutto il cibo che viene portato a voce alta, cercando di tranquillizzare la giovane cameriera che sembra terrorizzata dall’evenienza di scontentare la conoscenza di Peppe.
Oh, qui in Sicilia una raccomandazione è una cosa seria!

La successiva tappa, Modica, è anch’essa patrimonio dell’umanità.

Però l’UNESCO deve aver finito i fondi con Noto, perché qui non è avvenuto nessun restauro e la città è di una bellezza un po’ triste e decadente. Il nostro successivo alloggio, un albergo dall’aria lussuosa e classica apparentemente di recentissima costruzione che si erge come una cattedrale nel deserto nella campagna intorno ad Enna, rivela una bella sorpresa per i nostri centauri.
Per puro caso vi si svolge un concorso di bellezza del circuito di Miss Mondo e 225 aspiranti Miss apparentemente tra i 15 e i 18, sculettano su tacchi vertiginosi, esibendo le loro grazie in un succinto costume intero blu Cina.

Dimenticata la stanchezza, la strada macinata e il cattivo tempo che per la prima volta incombe sulle nostre moto, i nostri eroi cominciano a far saettare gli occhi in ogni direzione, nel tentativo di non perdere nemmeno una delle fresche, sode visioni. Ardua impresa.
A tavola Peppe, padre preoccupato e attento di una ragazza di 16 anni, stimola le nostre riflessioni sui valori di cui nutriamo questi figli e sul cattivo esempio che da’ la Tv.

Alla fine siamo tutti d’accordo che la colpa è di Berlusconi e ci sentiamo più sollevati.

Mio marito geme un “Povero Silvio” e si fionda a cercare la Miss eletta per farsi fotografare con lei. Poi uno si chiede: come mai?
La pioggia rovina i nostri piani per la mattinata e, complice il brutto tempo, cominciamo a sentire il peso dell’incombente ritorno.
Dopo aver corso tra una goccia di pioggia e l’altra sulla bellissima e lunghissima strada della “Targa Florio” , salutiamo malinconicamente il nostro Peppe, grande guida, erudito Cicerone, pessimo botanico. L’ho sentito personalmente rispondere “finocchietto selvatico” per tre diversi tipi di fiore e sono convinta che lo direbbe anche davanti ad una quercia secolare con tanto di porci che mangiano ghiande al di sotto. Per tutto il resto: Peppe sei una forza della natura!!!

Cinzia Montaperto

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