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Capitolo 2: le due ruote hanno scandito il tempo della mia vita.

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Avevo appena finito il militare, diciotto mesi in marina in cui avevo immaginato di girare per l’Italia, se non addirittura per il mondo intero. Niente di tutto ciò. La mia leva iniziò con il porto di Taranto, poi Chiavari e infine Pantelleria. Un’isola così piccola da sembrare una nave ancorata più che un’isola.

L’intero giro dell’isola, che mi feci un tot di volte con la Vespa di un tale “Ciccio il trapanese”, che allora era mio amico e me la prestava volentieri, non arrivava a cinquanta chilometri. Però era carina, piena di scorci interessanti e calette deserte e appartate, e un certo appeal ce l’aveva anche la Vespa, uno dei pochi mezzi a girare per l’isola, cosa che mi permise di rimorchiare una bella pantesca, così si chiamano le ragazze dell’isola, e portarmela in giro per qualcuna delle suddette calette.

Però l’isola era piccola. Piccola era anche la comunità che l’abitava, almeno nei mesi d’inverno e primavera, e le voci ci mettevano poco a girare. Specie quella di una ragazza che saliva troppo spesso in Vespa con un “continentale”, perché per loro la Sicilia era già continente. E quindi un bel giorno, anzi non tanto bello, la Vesta fece una brutta fine.

Don Carmelo, il padre di Gianna, la ragazza dai bei occhi verdi con cui vagabondavo in quel periodo, la prese a mazzate (la Vespa, non la ragazza) per impedirci ulteriori fughe romantiche. E, mentre lo faceva, ripeteva con convinzione che la mia testa avrebbe fatto la stessa fine se non avessi lasciato in pace sua figlia. La cosa non mi lasciò indifferente, l’uomo era molto più alto e più grosso di me, e da allora io e Gianna continuammo a vederci ma un po’ più sottotraccia, cercando di non darlo a vedere.

Finito che fu il militare, continuai la relazione telefonicamente ma, ad essere sinceri, anche più tiepidamente finché un bel giorno, stavolta bello davvero, la cosa finì bruscamente.

Stavo appunto al telefono con Gianna, dentro una delle vecchie cabine telefoniche che adesso non ci sono più, quando parcheggiò dall’altra parte della strada, proprio davanti alla mia cabina, una ragazzina a bordo di un Vespino. Si fermò, l’issò sul cavalletto e rimase in attesa, sulla sella, che la cabina si liberasse.

All’inizio la sbirciai con occhio clinico e furtivo, ma poi mi accorsi che non le staccavo più gli occhi di dosso e non riuscivo più a seguire i discorsi di Gianna, dall’altra parte del telefono. Anzi, che non me ne fregava più niente. Era come se fosse calato un sipario su una scena e se ne fosse aperta un’altra. A ripensarci a posteriori non si può non convenire, io stesso me lo ripeto ogni volta che ci ripenso, che mi comportai proprio da stronzo, ma fu più forte di me.

Chiusi la telefonata con un frettoloso “addio” e, uscito dalla cabina e attraversata la strada, andai dalla ragazza col Vespino e, senza neanche chiederle il nome né dirle il mio le dissi che … l’avrei sposata!

E sì, lo so, la cosa è talmente fuori dal normale che farete fatica a crederci, ma io ho un testimone decisivo che vi toglierà ogni dubbio: la ragazza col Vespino, oggi, sta con me da più di trentadue anni ed è diventata, sul serio, mia moglie.

Oh, certo, non fu facile né rapido quell’abbordaggio: lei mi tenne a bagnomaria per più di sei mesi, fin quando non fui cotto al punto in cui voleva lei, ma alla fine la spuntai.  

Mi presentai con un Benelli 125 a due tempi e due cilindri, il massimo per l’epoca, e un giubbino in pelle che mi rendeva un “Fonzie” fatto e finito, cosa che magari, a pensarci dopo, mi rendeva un po’ ridicolo, fatto sta che la invitai a fare un giro e lei, finalmente, non disse no.

Poi però, quando stava per salire, mi guardò un po’ meglio e ci ripensò. Il retro della moto e anche quello del mio giubbino erano letteralmente inzuppati d’olio, perché il Benelli era truccato e io avevo esagerato con l’olio nella miscela.

Niente giro, quindi, niente discesa romantica al mare, ma l’amore sbocciò lo stesso. Gabriella, da quel giorno, mi sopporta pazientemente e non si è ancora stufata di me, almeno spero.

Poi, non so come, gli anni sono passati e, come per tutti, gli impegni primari hanno avuto il sopravvento. Misi da parte i sogni e mi rimboccai le maniche sul lavoro. Un lavoro che anche con le maniche aveva a che fare: avevo dei negozi di abbigliamento nella mia città e per trattare e per rifornirmi di merce dovevo spesso viaggiare fino Veneto e in Emilia-Romagna. E proprio qui risaltò fuori la mia passione per i viaggi.

Sarebbe stato infatti molto semplice e più sensato, per quei viaggi di più di mille chilometri, prendere un aereo e una macchina a noleggio, ma io preferivo andare in auto, e impiegarci anche molto più del tempo necessario, per fermarmi a visitare borghi e città lungo la strada. Vedere posti, panorami, parlare con la gente. Nonostante gli impegni, per me quello non era tempo perso ma, al contrario, guadagnato. Io mi riposavo e mi ritempravo in quelle fermate, tanto che, a un certo punto, decisi di farne lo scopo primario di tutta la mia vita.

Però c’era ancora una cosa che non andava: l’auto. L’auto è comoda, ti ci siedi, innesti la prima e vai. Pioggia, freddo o caldo, non fanno differenza. Sei dentro qualcosa, quindi, di conseguenza, sei fuori da qualcos’altro: il resto del mondo. Non senti l’aria, senti meno gli odori, non sei parte del tutto: ne sei fuori. Fuori di poco ma fuori. Non ne respiri fino in fondo la vera essenza, come direbbe il grande Franco Battiato.

Con la moto è diverso. La moto è un’estensione del corpo, con il corpo si guida e nel corpo si fa sentire. E poi c’è la posizione: nell’auto ti siedi dentro, in moto ti siedi sopra. È diverso e, per me, irrinunciabile. A costo di bagnarsi se piove, di gelarsi se fa freddo e di cuocersi se fa caldo.

E quindi, direte voi? Quindi niente. A un certo punto comprai la mia prima vera moto, una Suzuki Bandit, e da lì è cominciata tutta un’altra storia.

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