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Capitolo 4: quelli della scorta…

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All’inizio di questo racconto, di questo insieme di racconti, scrissi che ho vissuto esperienze difficili non tanto perché legate al mondo delle moto ma in quanto appartenenti alla mia vita e, solo dopo, collegate al contesto che la moto e il suo mondo mi avevano regalato. Questo perché quanto sto per scrivere potrebbe sembrare poco attinente a quel contesto e invece mi auguro riuscire a dimostrare che non è così.Provo a spiegarmi: se dovessimo dire che cos‘è la MOTO e spiegarlo a chi non vive questa passione, credo che la prima parola che ci verrebbe in mente è LIBERTA’. Ma in che modo un mezzo meccanico riesce a infondere un valore così alto?Onestamente non saprei rispondere se non che, per me, tutto nasce dall’idea di “azzeramento”. Azzeramento da vincoli, da età anagrafica, da posizione economica, da area geografica e altro. Tutto si resetta in nome di un grande sentimento comune, una passione per qualcosa di non tangibile che fa parte del nostro modo di vedere le cose.Libertà, quindi, come bene più prezioso purché la stessa non diventi un ostacolo o meglio una imposizione del nostro spazio e del nostro arbitrio agli altri. Come diceva Martin Luther King: la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri. E qui comincia il difficile. Cos’è che dovrebbe limitare e disinnescare gli inevitabili attriti? Ovvio, la giustizia. Ma prima della giustizia vera e propria viene il desiderio di giustizia. Un desiderio che io mi porto dentro da sempre. che fa letteralmente parte di me.Io però sono prima di tutto un motociclista, e un motociclista siciliano quindi mi domandavo come potevo unire queste due esigenze e l’ispirazione mi venne a seguito di un fatto gravissimo: la Strage di Capaci del 1992 in cui morì il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta. Ed è proprio questo il punto: Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta! Gli agenti della scorta!Ogni anno, in ricorrenza del triste anniversario dell’attentato, ogni TG non ripeteva (e ancora non ripete) altro. Come se i tre agenti della scorta non avessero un nome, un cognome, una famiglia, una vita da vivere e una storia da raccontare. Come se, facendo parte degli “ultimi”, cioè essendo uomini normali e non grand’uomini, non avessero neppure il diritto di essere chiamati per nome. Ogni volta questo mi faceva letteralmente imbestialire e continuavo a chiedermi cosa io potessi fare per aiutare a porre fine a quest’ingiustizia. E alla fine mi venne un’idea. Avrei messo la mia passione al servizio di un’ideale: avrei fatto qualcosa di altamente simbolico per ricordare a tutti gli italiani che quei tre della scorta si chiamavano in realtà Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Avrei messo Motoexplora al servizio di quest’idea.Per farlo devo però spiegare come nacque Motoexplora.Nacque da un’idea mia e di Enza Guglielmino nel lontano 2004 e il motivo che ci spinse a farla nascere venne dal legame tra la mia passione per la moto (e i viaggi) e la struttura ricettiva (una villa) che Enza possedeva a Palermo. Insomma, io avrei organizzato dei tour in giro per la Sicilia e lei avrebbe pensato all’ospitalità nella sua villa. Questo fu il punto di partenza.Sennonché Enza aveva vissuto per tanti anni a Palermo ed era diventata amica di Tina Montinaro, moglie di Antonio Montinaro, appunto uno degli agenti della scorta di Falcone, in quanto i loro figli frequentavano la stessa scuola. E fu proprio Enza a dirmi di non organizzare viaggi nel mese di maggio del 2008, in quanto avrebbe messo la villa a disposizione dei colleghi di Antonio Montinaro, che avrebbero raggiunto Palermo in occasione della ricorrenza dei tragici fatti del 92.La richiesta era venuta proprio da Tina, che, per la prima volta dopo ben 16 anni, aveva contattato tutti gli appartenenti alla QS15, nome in codice della scorta di Giovanni Falcone (quindi gli ex colleghi del marito deceduto) e aveva organizzato una cerimonia commemorativa in loro ricordo proprio sotto il tratto dell’autostrada dove avvenne l’esplosione che costò la vita a tre di loro. Fui presente anch’io, il giorno prima della commemorazione, presso la villa di Palermo.E fu qualcosa di devastante vedere quegli ex ragazzi rincontrarsi dopo 16 anni, sentire le loro storie, il loro dolore, l’amore per la divisa e per ciò che essa rappresentava. Mi turbò profondamente.Era come se, quel giorno, il tempo fosse andato indietro e li avesse riportati a sedici anni prima, nel giorno e nel luogo della tragedia. Con dolore e commozione si raccontarono a vicenda gli ultimi giorni da loro vissuti insieme. Tina disse di come, la mattina del triste evento, Antonio baciò i figli prima di uscire di casa, cosa che non faceva spesso, come se avesse un triste presagio di ciò che gli sarebbe accaduto.Tra quegli ex colleghi uno in particolare era letteralmente disperato: Luciano Tirindelli, il migliore amico di Antonio. E raccontava a Tina, tenendole le mani, che quel giorno avrebbe dovuto esserci lui, di servizio, al posto di suo marito. E le diceva che era stato proprio Antonio a chiedergli di scambiare il turno con lui quel maledetto giorno, quindi, in un certo senso, gli aveva salvato la vita a prezzo della sua. Parlarono poi anche di come credessero nello Stato con la maiuscola e di come avessero messo la loro vita a disposizione di chi, per conto di quello stato, combatteva una dura e rischiosa battaglia, cioè Giovanni Falcone, anche se talvolta poteva accadere che non fosse troppo simpatico con loro. Del resto ognuno ha le proprie luci e le proprie ombre, anche gli eroi.Beh, assistere di persona a queste scene mi lasciò interdetto. Mai come allora mi sentii così triste, così piccolo, così inutile. Mi convinsi che anch’io dovevo fare qualcosa. Ma cosa?Continuai a pensarci anche il giorno dopo, cioè quello della commemorazione vera e propria, dedicato esclusivamente agli agenti morti e, se possibile, ancora più plumbeo, ancora più triste. Eravamo veramente in pochi quel 22 maggio 2008, e la messa celebrata da Don Luigi Ciotti fu davvero commovente e strazianti furono le parole pronunciate da Luciano Tirindelli in ricordo dei colleghi e amici perduti. Commovente fu anche una poesia di Martha Madeiros letta da David Simone vinci: Lentamente muore, dalla quale estrapolo i versi che più mi restarono impressi:Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine…lentamente muore chi evita una passione…lentamente muore chi non capovolge il tavolo…chi non rischia la certezza per l’incertezza…chi abbandona un progetto…chi non viaggia, chi non legge, chi non trova grazia in sé stesso…lentamente muore chi distrugge il suo amor proprio.Chi distrugge il suo amor proprio, chi distrugge il suo amor proprio, chi distrugge il suo amor proprio… Questa frase in particolare mi restò in mente per non so quanto, fino a quanto non arrivò l’idea che, nel prossimo episodio, andrò a raccontare.

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