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Capitolo 3: Preistoria di Motoexplora e altre storie… Adriana

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Sulla soglia dei 40 anni, dopo aver avuto diversi scooter per motivi di lavoro, dovevo spostarmi all’interno dei centri cittadini e spesso anche trasportare cose, mi ricomprai una moto per divertirmici un po’. Solo che, dopo un po’, scoprii che da solo… mi sentivo solo. Andare in moto era bello, mi piaceva da matti, ma mi sarebbe piaciuto anche di più in compagnia.

Erano passati tanti anni però, e gli amici d’infanzia coi quali avevo condiviso giochi, interessi e scorribande con i motorini anziché no, si erano dileguati, come spesso accade nella vita, avevano cambiato indirizzo o interessi o entrambe le cose. Cercai quindi altra gente con la quale condividere la mia passione e all’inizio, come tutti, non sapevo bene cosa fare e come. Era l’inizio del secolo, anzi del millennio, e gli strumenti informatici, pur già presenti, non erano ancora così diffusi. Ancora meno erano diffusi i social che poi ci avrebbero cambiato letteralmente la vita. Pensate che ancora chiamavamo il web internet e un blog ci sembrava una chewing gum.

In ogni modo, siccome Catania è una grande città e c’era un grande fermento motociclistico, venni a sapere che il venerdì sera, in Piazza Trento, si riunivano un centinaio o più di motociclisti e in qualche modo, attraverso il loro forum, riuscii a farmi invitare alle loro uscite.

Era un vero spettacolo: la piazza si riempiva di gente di ogni tipo e di moto di ogni marca, di ogni foggia e di ogni colore. La compagnia era così variegata che darne una definizione risultava impossibile. C’era gente di ogni età, di ogni estrazione, di ogni mestiere e di ogni inclinazione. E poi moto, moto e ancora moto; moto a non finire: sportive e supersportive, turistiche, le prime enduro stradali, grandi e piccole cilindrate, all’ultima moda o vecchie e antiquate, come uscite dalla fabbrica o customizzate fino all’ultimo bullone, all’ultima cromatura.

Quanto a organizzare uscite, però, ovviamente era un casino. Troppe le differenze di stili e di sostanza, troppe le variegate esigenze, troppe le differenze di velocità di crociera. E poi erano gli anni in cui Valentino stravinceva e spopolava, trascinando alle stelle l’amore per la velocità, per le prestazioni e la competitività. E questo a me non interessava. Non che non ami la velocità, ma la intendo come un godimento fugace, provvisorio, limitato nel tempo e soprattutto da esercitarsi “cum grano salis”, in luoghi e in tempi debiti. M’interessava invece, e molto, il viaggiare in sé e per sé, lo scoprire posti nuovi e, soprattutto, l’arrivarci in moto e in compagnia, perché, secondo me, non c’è felicità senza un minimo di “scomodità”. Non c’è soddisfazione senza condivisione.

Ovviamente non ero l’unico a pensarla così e quindi, in poco tempo, riuscii a creare una specie di sottogruppo che traeva ispirazione da una rivista che in quel tempo amavo molto leggere, cioè Mototurismo, rivista che leggo ancora oggi e di cui mi piacciono da morire gli editoriali del suo direttore, Tiziano Cantatore, tra l’altro mio carissimo amico. Quel sottogruppo diventò poi un gruppetto a sé e cominciammo a programmarci e realizzarci le nostre avventure. Per nostro conto.

Fu un periodo stupendo, fatto di tanti viaggi, tante emozioni, tanti aneddoti e tante storie da raccontare. Che è poi quello che sto ancora facendo. Ma non mi bastava. Io volevo farlo diventare un lavoro, il mio lavoro. Un lavoro che finalmente avrebbe coinciso anche con la mia vera passione, risultando così un piacere più che un dovere. E fu così che, un passo alla volta, nacque e prese piede prima l’idea e poi la struttura di Motoexplora, quella che poi, negli anni a seguire, ha continuato a ingrandirsi fino a diventare quello che è oggi: il primo tour operator motociclistico del paese.

È stata una faticaccia, un impegno continuo e totalizzante e, in questi ultimi tempi, complice la pandemia, anche improbo e destabilizzante; un lavoro che non è mai finito anche quando è terminato; un lavoro che coinvolge, oltre a me, anche la mia famiglia, le mie amicizie e le mie conoscenze: un lavoro che le modifica continuamente, che le mette alla prova, che le rinsalda o le distrugge. Ma è una faticaccia che rifarei anche domani, un impegno continuo e totalizzante che pagherei per avere se non l’avessi già.  

Lo è perché, nel corso degli anni e degli innumerevoli viaggi che ho già realizzato, ho accumulato esperienze, emozioni e conoscenze che altrimenti non avrei mai potuto fare o avere. Ho visto cose, case, gente, costumi e usanze che non avrei mai nemmeno immaginato. E di tutto questo non posso che essere grato e tentare di condividerle con voi, voi che le avete condivise o che le condividerete, magari stimolati proprio da questi miei piccoli e brevi racconti.

Storie strane, piacevoli, divertenti e appassionate, emozionanti, a volte complicate altre poetiche nella loro semplicità. In ogni caso storie vere, spero mai pesanti anche quando proprio leggere non saranno. Storie di moto e storie di vita. Storie mie e storie vostre. Storie di Motoexplora.

Tra le tante storie vorrei iniziare da questa…

Adriana

Era estate e accompagnavo un gruppo lungo un percorso che attraversava Montenegro, Croazia e Bosnia Erzegovina. Il viaggio, come al solito, procedeva tra belle strade, natura rigogliosa e luoghi semplicemente meravigliosi, peraltro così vicini alla nostra Italia ma al tempo stesso lontanissimi dal nostro modo di vivere e di pensare.

Avevamo appena raggiunto Počitelj, un piccolo centro poco distante da Mostar, e la giornata era calda ma tutto sommato piacevole. Dal fiume Narenta, che scorreva lento nel cuore del villaggio, veniva infatti a tratti una brezza piuttosto piacevole.

Parcheggiate le moto nel punto più centrale del paese, cominciai a raccontare ai miei compagni di viaggio di quel borgo, della sua torre e del legame che vi intercorreva tra due culture e due modi di vivere completamente diversi. Quello arabo e quello occidentale. Due mondi talmente diversi da essere alternativi e antitetici quasi dappertutto, tranne che lì: il mondo arabo e quello occidentale.

Finita che ebbi questa breve dissertazione, lasciai il gruppo libero di girare il paese per conto proprio e mi diressi verso un baretto posto proprio sotto la torre vicina alla moschea (un po’ di riposo ogni tanto non guasta per le mie corde vocali ma anche per le altrui orecchie). E poi il paese era piccolo, una specie di villaggio/fortezza, nessuno avrebbe corso il rischio di perdersi.

Dopo un po’, mentre ero perso nei miei pensieri, vidi una donna, all’inizio della scalinata della torre, che vendeva ciliegie ai passanti. O meglio, cercava di vendere, visto che non sembrava avere molto successo anche perché molta gente non c’era. La guardai per un bel po’, e non solo perché era bella ma perché aveva un garbo e una dignità assolutamente non richiesta dal mestiere che faceva. Direi, anzi, quasi controproducente.

Non più giovanissima, aveva un abito azzurro che abbagliava, specialmente sotto quel sole così splendente, e due occhi bellissimi e tristi dai quali mi sentivo letteralmente ammaliato. Suggestionato. Era come se riuscissero a farmi tornare indietro nel tempo, quando quel mondo, che per secoli aveva vissuto tranquillo e prospero fra due culture così diverse, quella araba e quella occidentale, era esploso in una guerra civile che l’aveva mandato in mille pezzi, non appena crollato il comunismo che l’aveva ingessato per decenni.

In quegli occhi io vedevo, o credevo di vedere, il riflesso di quei terribili e tristissimi giorni, quando il fratello ammazzava il fratello e il padre doveva guardarsi dal figlio; quando le case crollavano sotto il tiro dei cannoni e dietro ogni angolo poteva spuntare la canna di un mitra; quando la tolleranza che aveva regnato fin lì si era dissolta davanti al divampare dell’incendio provocato da odi e rancori atavici mai del tutto estinti.

Cominciai a pensare a come, non molto tempo fa, questa reciproca tolleranza avesse potuto sgretolarsi all’improvviso. O forse non era stato all’improvviso, ma magari una deriva subdola e lenta accelerata dall’improvviso crollo del sistema politico generale? Non riuscivo a darmi una risposta e mi sorpresi a pensare che avrebbe potuto darmela lei, quella donna che vendeva ciliegie, la risposta che cercavo.

Non sapevo come approcciarla, però, e del resto io, come tanti, la storia ufficiale di quella guerra che era finita pochi anni prima la conoscevo abbastanza bene. Solo che sapevo, appunto, la versione dei media e dei loro reportages, mentre avrei voluto toccare con mano qualcosa di più genuino, di più personale e non me ne era mai capitata l’occasione. Non mi ero mai soffermato a parlarne con le tante persone che avevo conosciuto durante i miei viaggi precedenti anche per non turbare animi ancora accesi e dolenti come dovevano per forza essere quelli degli abitanti di quei luoghi

Ora invece, guardando quella donna, mi prese come una specie di frenesia. D’improvviso volli parlarle, sentire la sua esperienza diretta, capire cosa c’era dietro quegli occhi così belli e così malinconici. Studiai quindi cosa fare. Non volevo sembrasse il solito tentativo di rimorchiare una bella donna, anche se non posso negare che il fatto che era bella contava comunque. Diciamo che mi motivava ulteriormente.

Comunque, a un tratto mi alzai, andai nel bar di fronte, comprai un gelato e glielo portai, offrendoglielo con la massima delicatezza possibile, quasi fosse una bambina.

Lei mi guardò sorpresa e un po’ contrariata e mi disse che non era lì per mangiare gelati ma per vendere le sue ciliegie. E, non appena lo disse, abbassò gli occhi e si mise a riordinarne i cestini sul banchetto anche se non ce n’era alcun bisogno: erano già tutti belli ordinati in file precise.

Le guardai le mani: erano indurite, callose, mani di chi lavora, di chi conosce la fatica. E allora insistetti: le dissi – Se accetti il gelato, poi io ti aiuterò a vendere le ciliegie –

In realtà non sembrava esserci molta gente in giro e mi chiedevo come avrei fatto, ma avevo una soluzione di riserva: se non ci fossi riuscito avrei potuto comprargliele io e poi offrirle ai miei compagni di viaggio, quando fossero tornati. Ma non ce ne fu bisogno: non fece neppure in tempo a mangiarlo, il gelato, che arrivò una comitiva di giapponesi ai quali vendetti tutte le ciliegie a un prezzo addirittura doppio di quello da lei stabilito.

Con la mia solita faccia tosta, infatti, gliele proposi come un “plus” irrinunciabile per la visita alla torre del paese e quelli accettarono di buon grado coi loro soliti grandi sorrisi e rigidi inchini.

Solo allora lei accennò un timido sorriso e io mi sentii di poterle chiedere il nome, nome che assolutamente non riuscii a decifrare. Ma lei se ne accorse e mi disse con semplicità di chiamarla Adriana.

Proprio in quel momento tornò la mia comitiva; la presentai quindi a tutti invitandola a cena con noi non appena fosse calata la sera e lei, superando l’imbarazzo, alla fine accettò.

Cenammo a Mostar, proprio davanti al tristemente famoso ponte; lei era elegantissima nella sua semplicità: timida ma felice di stare in mezzo a tante persone che non conosceva. Raccontò qualcosa della sua vita e della guerra appena finita ma non molto, vista la situazione, e io non insistetti troppo. La serata andava già bene così. Era felice lei, era felice la gente che era con me e non mi andava di forzarle la mano.

Qualche mese dopo, però, durante un altro mio viaggio, la rincontrai. Mi salutò come fossi un vecchio amico e passeggiammo un poco per le vie di Mostar.

Lei guardava in ogni angolo ed era come se vedesse qualcosa che solo lei poteva vedere. Come se i suoi occhi vedessero un mondo cancellato: il giocare di un bambino, il lavoro di qualche piccolo artigiano, il vociare di persone sconosciute che non ci sono più.

Piano piano cominciò a raccontarmi di chi abitava quelle case ancora martoriate, mezze crollate e mezze bucate dai proiettili. Poi mi raccontò della sua vita spezzata, dei suoi studi di medicina interrotti e dei suoi cari scomparsi. Mi raccontò del doversi reinventare contadina e venditrice ambulante dei prodotti da lei stessa coltivati e raccolti.

Mi raccontò della guerra che arriva inaspettata e tutto sconvolge e tanti travolge. E poi, a un certo punto ma sempre troppo tardi, finisce com’era incominciata e si ritorna tutti a vivere così come ritorna a spuntare l’erba nei prati dopo un incendio. Senza un motivo e senza prevedibilità.

E infine mi disse ciò che più mi colpì, cioè che bisogna andare avanti e tornare a sorridere. Non che si può ma che bisogna. E che bisogna sorridere a tutti, a chi ti ha aiutato ma anche a chi ti ha ferito. Anche a chi ha ucciso qualcuno dei tuoi cari. Perché solo così si può andare oltre. Perché solo così si può tornare a vivere.

Poi mi disse anche qualcosa che mi ferì: cioè che era più facile sorridere a un nemico piuttosto che a un turista, perché il nemico ha passato ciò che hai passato tu, mentre il turista no. Non tutti, certo – rettificò quando vide la mia espressione – ma la maggior parte vuole solo curiosare, scherzare e magari farsi un selfie con te che invece vorresti solo piangere.

Quant’era vero! Io l’ascoltai faticando a reprimere le lacrime. Certe cose si capiscono solo se qualcuno te le spiega. E certe cose le può spiegare solo chi le ha vissute, chi le ha sperimentate sulla propria pelle. Infine, certe cose uno le racconta solo se pensa che ne valga la pena, perché raccontare significa rivivere e rivivere ciò che ha causato grande dolore non può che portare altra pena.

Da allora tutte le volte che passo per Mostar la cerco e la invito a mangiare con noi. E lei, Adriana o come diavolo si chiama nella sua lingua, è ben contenta e ormai credo mi consideri quasi un amico. E altrettanto io considero lei.

Ciò detto, questo è proprio quello che nei miei viaggi io cerco: l’inaspettato, l’autentico, il profondo. Del bello come del brutto. Perché la vita non è fatta di sole gioie e ricchezze.

E poi, in fin dei conti, il bello esiste solo perché esiste anche il brutto, così come il piacere esiste se esiste il dolore. Lo disse qualcuno che ormai non ricordo più ma non è importante: l’importante è sorridere. E ancora più importante è il saper tornare a sorridere. Questo me lo disse Adriana e io non lo scordo più.

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