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Sicilia: Ottobre 2007

a cura di Daniela Bonfirraro

La nostra avventura è iniziata a Napoli, quando ci siamo imbarcati la sera del 26 ottobre, partendo da Roma con la moto. Magicamente la mattina del sabato si materializza il porto di Palermo, con il monte Pellegrino sullo sfondo, stagliato nel cielo rosa dell’aurora.
Cominciamo bene… Mi sento già emozionata, mi trovo nell’isola dove è nato mio padre, nella città dove è sepolto mio nonno… erano vent’anni che desideravo andare in Sicilia… Poi, d’improvviso, affiora un retaggio culturale, una nozione frutto degli studi classici: lo sapete che Palermo deve il suo nome alla città fenicia di Panormos, che significa ‘porto’?
Ritorno coi piedi per terra – letteralmente – e mentre sbarchiamo, mi accorgo che il tempo non è proprio ideale, anzi minaccia pioggia, e il nostro capo tour non riesce a trovarci. Cominciamo bene!

Poi finalmente conosciamo il mitico Peppe, che ci porta a S. Martino, vicino Palermo, dove ci attende l’altra mitica, il capo capo, Enza! (pare che anche qui, contrariamente a quanto si pensi, valga il detto ‘Gli uomini comandano, le donne decidono‘). Sia lei che la villa sono molto accoglienti, ed io mi sento già in vacanza. Siamo su una collina immersa nel verde, in una stanza d’epoca, e al piano di sotto il camino crea una bella atmosfera. Sono ansiosa di conoscere il programma della settimana, ho ancora i ritmi cittadini addosso e vorrei già avere qualcosa da fare, da vedere. Ancora non sapevo che per gustare ‘l’altra’ Sicilia, bisogna prima imparare a rilassarsi.

Comunque trovo subito pane per i miei denti e andiamo a visitare il Duomo di Monreale, l’apice dell’arte arabo-normanna, famoso per i mosaici dorati e per quello del Cristo, gigantesco. Appena si entra l’effetto è mozzafiato, e non è da meno il chiostro adiacente con le sue 228 colonnine. Ma quelle che le guide non dicono – e che ci farà notare ‘l’indigena’ Enza – è che nel giardino retrostante vi sono degli alberi secolari, con radici aeree spettacolari, che formano un groviglio inestricabile. Non ne avevo mai visti: si chiamano Ficus Magnolides (e si trovano pure a Palermo a Piazza Marina). Inizia così l’intreccio fra cultura e natura di questo viaggio, ma sarà anche una storia di amicizia…Vi pare poco? Dopo un doveroso riposino (2 ore…ma ci eravamo alzati alle 4.45 del mattino), al risveglio troviamo una new entry, Cristiano, proveniente dalla Liguria. Socializziamo subito, e la sera apprezziamo tutti la cena preparata da Peppe a base di pesce (tra cui gli involtini di pesce spada e le sarde a beccafico), ‘ i passaluni’ (olive siciliane), i pomodori pachino (quelli veri).

Poi, sorpresa: una bella torta al cioccolato per festeggiare il compleanno del cuoco (il problema è stato tagliarla, mi sono spontaneamente offerta). Non paghi dell’intensa giornata, proponiamo di andare a vedere la Palermo by night, con i suoi palazzi e le sue chiese illuminati, la fontana Pretoria nella cd. piazza della vergogna per la nudità delle figure (ebbene sì, in questa storia trovate pure retroscena piccanti), la chiesa di San Cataldo, con le sue caratteristiche linee arabeggianti (davanti alla quale c’era un pazzo che faceva gli esorcismi per la partita del giorno dopo – si, è anche una storia di ordinaria follia), il mercato della Vucciria, famoso perché immortalato da Renato Guttuso (con la U, mi raccomando), la facciata barocca della chiesa di San Domenico, il prestigioso palazzo dei Normanni, sede del potere, la meravigliosa Cattedrale, che attraverso i suoi stili architettonici racconta la storia della città, il teatro Massimo e chi più ne ha. Il tutto con un traffico pazzesco, pari a quello romano del sabato sera a Trastevere.

Caspita, è passato solo un giorno, in realtà il tour comincia domani. Buona notte!! E’ domenica, si parte lungo la costa nord, obiettivo arrivo all’Hilton di Portorosa-Tindari, passando per i Nebrodi: mica male…Prima tappa Cefalu’. Nonostante il grigiore (non si distingue il mare dal cielo, tanto meno si vedono le Eolie), il posto è delizioso, costruita su un promontorio dominato da una rupe a strapiombo, con stradine strette, il lavatoio medievale e il borgo marinaro, dominato dalla cattedrale normanna. Qui acquistiamo una mappa della Sicilia, altrimenti cominciamo a perdere la cognizione spazio temporale…che ogni tanto male non fa.

Risaliamo in moto e passiamo per Santo Stefano di Camastra, pieno di botteghe artigianali specializzate per la lavorazione della ceramica. Sotto il casco integrale tento di mugugnare qualcosa a Stefano, che continua imperterrito la sua andatura; vorrei comprare un vaso rosso, proprio quello liii, niente, siamo già oltre. E’ la logica che mi conforterà: dove lo metto sulla moto? Può essere un buon motivo per tornare in Sicilia…Mentre elaboro tutto ciò, stiamo già salendo sui Nebrodi, il piu’ vasto dei quattro parchi regionali della Sicilia, e cominciano i tornanti.Incontriamo Novara di Sicilia, baciata dal sole, con i suoi scorci incantevoli e il pregiato formaggio a pasta dura e cotta, il maiorchino, dalle origini antichissime. Ci fermiamo per la degustazione e poi incontriamo due simpatici vecchietti che hanno tanta voglia di parlare e cominciano a raccontare la loro storia dalla seconda guerra mondiale…

Se non li avessimo fermati, avremmo sicuramente pranzato a casa loro, terminando con il classico rosolio… Curva dopo curva, ci immergiamo nella Sicilia emozionante delle montagne e dei boschi, delle vette aspre e dolomitiche, e arriviamo a San Fratello per pranzo. Dopo una scorpacciata di salumi, torna la mia smania organizzativa e sottopongo Peppe (per la verità coadiuvata da Cristiano, perché Stefano sa che in questi casi è meglio svignarsela) ad un vero interrogatorio sul dove quando perché dell’itinerario complessivo. Peppe tenta di fumarsi una sigaretta in pace, ma io lo incalzo e scopro che non andrò a vedere quasi niente di quello che il mio cervello si era messo in testa di vedere. Si apre una trattativa, ma Peppe ha la meglio (per fortuna, dico ora; niente commenti, sono fatta cosi).

Ci rimettiamo in marcia, e, dopo essere passati per Cesarò, arriviamo a Portella della Femmina Morta: certo, il nome non promette niente di buono, ma, in effetti, qualcosa di buono c’è…è il suino nero dei Nebrodi, detto anche nero Siciliano, razza autoctona siciliana di origini antichissime, allevato allo stato semibrado, che Peppe e company vedono già trasformato in prosciutto, salame, capocollo, pancetta…che gente!!! Questi animali sono bellissimi ed emozionanti da vedere, s’incontrano di continuo lungo la strada insieme alle capre, sono tranquilli, salvo il momento in cui il solito Peppe decide di fotografarli mentre attraversano la strada asfaltata con sullo sfondo un cartello con il limite di velocità…A me veramente sarebbe piaciuto anche vedere l’aquila imperiale che nidifica da queste parti, ma tutto non si può avere…

E’ dall’inizio del viaggio che Peppe ci ha promesso di farci assaggiare il gelato al pistacchio che ha vinto il primo premio mondiale… e noi, vedendo avvicinarsi la fine della giornata, lo ‘assicutiamo’ tradotto: gli rompiamo le…) finchè finalmente non arriviamo a Randazzo, cittadina costruita quasi interamente in pietra lavica e ci sediamo ad un baretto…appena giriamo lo sguardo, vediamo la Chiesa di San Nicolò, dalla facciata tardorinascimentale in pietra lavica con i bordi orlati di pietra bianca, uno spettacolo! Intanto Peppe chiede chi vuole il gelato, poi lo porta anche a me che non lo volevo…Che mi sarei persa! Una prelibatezza! Stefano, che non è goloso per niente, ancora se lo sogna…Il pistacchio è ritenuto l’oro verde della Sicilia, è arrivato con gli arabi ed ha un aroma molto pronunciato, grazie alla particolare vicinanza con il vulcano.La domenica scorre veloce e dopo un altro bel po’ di chilometri, passando per Tripi, tra nebbie e foschie, arriviamo a Tindari, anzi a Portorosa di Tindari, dove ci accoglie l’Hilton a cinque stelle…non so se mi spiego…Noi facciamo la nostra ‘porca’ figura, nel senso che sporchi, affamati e stropicciati come siamo, ci guardano tutti con rispetto, perché siamo motociclisti puri e duri. Ecco, all’Hilton mi sento a mio agio, la ‘stanzuccia’ che ci hanno riservato la mi garba, dal terrazzo si affaccia una ‘modesta’ piscina con cascate tutte illuminate, direttamente collegata al porticciolo.Non vi descrivo la cena…

E fu sera e fu mattino: quarto giorno.Ormai siamo galvanizzati e vogliamo subito sapere cosa vedremo in giornata…Si riparte!Prima di arrivare alla ben nota Taormina, passiamo per Castiglione di Sicilia, tra il parco regionale dei Nebrodi e quello dell’Etna, e qui ci fermiamo in una nicchia di silenzio, ad ammirare il paesaggio.La natura ci ispira confidenze, e si parla del ‘senso della vita’, dell’impronta di Dio in tutto ciò. Scusate se è poco. Ricaricati da tanto benessere, riprendiamo la strada e Peppe ci indica in lontananza la Ducea di Nelson, a Maniace; si tratta di una tenuta donata da Ferdinando III di Borbone all’ammiraglio Orazio Nelson nel 1799: che ci azzecca Nelson in Sicilia? Eppure…

Nel discendere verso la costa ionica, incontriamo le gole dell’Alcantara: qui la forza dell’acqua ha creato gurne, pozze e laghetti alimentati da piccole cascate, ma molto suggestive, che vale la pena di ammirare.E ora Taormina: sarà anche commerciale, scontata, ma come disse Goethe “è una gigantesca opera d’arte e di natura…un lembo di paradiso sulla terra”. I piccoli hotel di charme, gli eleganti negozietti, gli scorci medioevali, il teatro greco sospeso tra terra e mare con alle spalle il gigante innevato dell’Etna….che vuoi di piu’ dalla vita? Voglio lo spettacolo incantevole dell’Isola Bella, oggi riserva naturale, splendida insenatura di fronte Taormina, voglio i Giardini di Naxos, osservatorio privilegiato per lo studio delle città greche d’occidente poiché conserva i resti della piu’ antica colonia greca di Sicilia.La nostra meta finale per oggi è Acireale, la giornata è stata intensa di chilometri ed emozioni come al solito e, stanchi come siamo, non abbiamo il tempo di accorgerci che le previsioni meteo sono pessime.
Fu sera e fu mattino: quinto giorno.Piove, diluvia, piove, che allegria….la giornata trascorre pigra e soft, però camminando con l’ombrello per le strade di Aci Reale riusciamo lo stesso ad ammirare i suoi palazzi barocchi, la centrale piazza Duomo, il mercato colorato e una elegante pasticceria dove preparano tisane introvabili altrove. “Per fortuna” è il nostro giorno di riposo e la moto è in garage…

Sesto giorno: alla conquista dell’Etna!!Percorriamo un pezzo di strada già fatto e, passando per Giarre (dove consiglio una sosta a certi negozi di abbigliamento per giovani…), arriviamo a Linguaglossa, punto cruciale per ‘entrare’ nel parco regionale dell’Etna, che con i suoi fiumi di cenere nera, campi di zolfo giallo, lingue di neve candida, è il vulcano piu’ alto (3346 metri e 1250 km quadrati di superficie!!!) e ‘buono’ d’Europa, chiamato ‘u Mungibeddu’. Arriviamo al Rifugio Mareneve (il nome è tutto un programma: vedere il mare stando tra la neve): c’è un vento pazzesco, un’atmosfera surreale, i colori nero della lava e rosso dell’autunno segnano il confine tra la morte e la vita e fanno riflettere. A proposito… lungo la strada per Zafferana Etnea, Peppe ci fa fermare sul ciglio di una colata lavica dove c’è una cappella. A pochi metri da qui, si scorgono ancora i resti di case travolte da un’eruzione, eruzione che è arrivata a lambire la parete posteriore della cappella, fermandosi all’improvviso, come ‘congelata’, senza che questo abbia una spiegazione fisica logica. Sembra che il vulcano abbia voluto salvare la cappella…Impronta di Dio? A voi la risposta.

Proseguiamo, scendiamo giu’ per Nicolosi, Adrano, passando per il lago Nicoletti, sempre immersi in paesaggi stupendi e mutevoli, e arriviamo a Leonforte, a pochi chilometri da Enna.E’ buio, all’improvviso appare Villa Gussio, un resort incantevole presso il quale avremo il privilegio di alloggiare per due notti. Si tratta di una dimora storica del XVIII secolo, che al mattino del primo novembre ci appare luminosa e circondata da un bel giardino con piscina, mentre tutto intorno dolci colline verdi sembrano impreziosire questo gioiello. Sono letteralmente entusiasta!E’ gia’ ora di partire per le Madonie, non mi fermo piu’ con le foto e non vedo l’ora di rientrare la sera nel mio appartamentino in stile e andare alle terme per un bel massaggio…Salgo in moto malvolentieri e il mio stato d’animo peggiora di minuto in minuto a causa di un nubifragio violento che ci coglie lungo la strada, sui tornanti…la mota fa fatica ad andare avanti per il vento, non si vede assolutamente niente, non c’è una casa nel raggio di chilometri, mi domando perché non sono rimasta a villa Gussio…A tutt’oggi è il peggior nubifragio che abbiamo avuto in moto e ora i temporali in città mi fanno sorridere…Come Dio vuole, arriviamo a Sperlinga, zuppi, ma sembra che solo a me sia venuto il malumore, Enza mi manda messaggi occulti per riprendermi…Mi dicono che il percorso fatto ‘sarebbe stato’ molto bello, lungo il corso del fiume omonimo, in una valle piena di suggestioni…Sperlinga è un piccolo paese, la cui fama è legata alle vicende storiche del suo castello, e si presenta sovrastato dalla grigia presenza della ciclopica rupe modellata dall’erosione naturale a guisa di una chiglia rovesciata. Mentre ci accingiamo a visitare il castello, unico nel suo genere, cambia completamente il tempo, d’improvviso ci troviamo immersi in un cielo azzurro intensissimo, circondati da valli, boschi, fiumiciattoli, che, visti da quell’altezza, formano un quadro a 360 gradi.

Il sole di novembre è ancora caldo, l’aria fresca e profumata, mano a mano che ci aggiriamo per i vari ambienti, ci rendiamo conto che la struttura della rocca è sorprendentemente piu’ sotterranea di quanto inizialmente si può immaginare. Molta suggestione creano i posti dove venivano lavorati i metalli con i resti del braciere e la canna fumaria interamente scavata nella viva roccia. C’era un perfetto lavoro di canalizzazione dove venivano fatte confluire le acque piovane verso numerose cisterne.Mi soffermo molto sul castello di Sperlinga, perché corrisponde al reale indugiare del nostro percorso in quel posto, erroneamente poco menzionato nei tradizionali promo turistici.Il mio umore, chiaramente, è cambiato…Ripartiamo e ancora meraviglie ci aspettano: il percorso nel cuore delle Madonie, passando per Gangi, si rivela in tutta la sua bellezza. Non è aspro come quello dei Nebrodi, ma ricco di scorci e boschi, con rocce dai colori cangianti a seconda della luce e vallate piene di vigneti. Goderselo in moto è inebriante, ad un certo punto dall’alto vediamo il mare immobile, e le isole Alicudi e Filicudi in lontananza come barchette sospese…Addirittura le Eolie!

Non me l’aspettavo, non mi stanco mai di guardare, sembra finto tanto è bello. Lungo il percorso le isole scompaiono e si staglia meglio il Monte Pellegrino sul Golfo di Palermo…Passiamo per Castelbuono, a pochi chilometri dal mare, ai piedi delle Madonie, in una piacevolissima vallata, e qui i morsi della fame si fanno sentire eccome, nonostante lo stato poetico in cui siamo immersi. Altro che poesia: appena troviamo un meraviglioso agriturismo ci tuffiamo letteralmente sul cibo, pur consapevoli della speciale cena di gala che ci attende…Si è fatto tardi, ed eccezionalmente rientriamo alla base percorrendo l’autostrada, lasciamo un po’ correre la moto, finchè, ormai buio, vediamo stagliarsi nella luce del tramonto il castello di Lombardia, che domina la città di Enna e la vallata, insieme alla Rocca di Cerere, dove sorgeva probabilmente un tempio dedicato alla dea delle messi.E’ proprio qui che Federico II fu incoronato re di Trinacria, mi piacerebbe visitarlo, ma abbiamo bisogno di rimetterci in forma per la serata; così rientriamo a Villa Gussio dove ci aspettano le terme…wow!

Tornati come nuovi, è con vivo interesse che ascoltiamo la storia della dimora da Salvatore, di come certi sogni possano diventare realtà…L’interno della villa è mozzafiato, è stata ristrutturata mantenendo il suo stile; ci parla di un proprietario dai gusti raffinati, appassionato viaggiatore, che seppe trasformare il suo feudo in un’impresa vinicola e in un punto di riferimento per chi voleva tenersi aggiornato sulle novità del tempo. Vogliamo poi parlare dei vestiti delle signore? Avete presente il Gattopardo? Ecco, l’atmosfera è quella, e ogni anno, a fine dicembre, organizzano il cenone di San Silvestro in costume, con i balli dell’epoca, valzer compreso…So già cosa farò il prossimo Capodanno, Stefano mi ha ovviamente letto nel pensiero e sospira…Bene, onde evitare anche i vostri sospiri, evito la descrizione del menu’e dei vini della cena di gala…

E fu sera e fu mattino: ottavo giorno.Si parte da Leonforte-Enna in direzione sud, passando per Macalube di Aragona, dove spicca la collina dei Vulcanelli. La Riserva Naturale Integrale è un’area costituita da depositi prevalentemente argillosi; si presenta come una landa brulla di colore dal biancastro al grigio, dalla quale si elevano, quasi a ricordare un paesaggio lunare, una serie di pulcinelli di fango, alti circa un metro. E’ un fenomeno geologico raro, che, per analogia con quello vulcanico, viene definito vulcanismo sedimentario. Periodicamente la collinetta delle Macube è sconvolte da eruzioni esplosive, accompagnate da boati, con espulsione di materiale argilloso misto a gas ed acqua scagliato a notevole altezza. Il sito non è ancora turisticamente conosciuto…solo Peppe poteva portarci in un posto simile…pensate che, se si scivola dentro un vulcanello, si viene risucchiati per sempre, peggio delle sabbie mobili! Di sicuro la visita è stata singolare; Stefano, poi, la ricorderà per sempre, per come la sua amatissima e sempre lucidissima moto si è infangata, un bell’impasto tra la pioggia di ieri e la melma di oggi…

Non troverà pace finchè a Roma non la laverà…Poco dopo arriviamo ad Agrigento e qui, mi dispiace dirlo, ma con tutta franchezza vedo l’unico posto brutto del viaggio: una città invasa dal cemento, senza alcuna armonia. La maestosa cattedrale è pressoché fagocitata dai palazzi, eppure un tempo non lontano deve essere stata uno scrigno di bellezza, con le sue contrade affacciate sul mare. Non a caso Pirandello, premio Nobel per la letteratura nel 1934, la amava particolarmente, e volle esservi sepolto, sotto un pino solitario, in un vaso greco da lui stesso trovato nel giardino della casa rurale dove era nato.Addirittura Pindaro definiva Agrigento “la piu’ bella città dei mortali”, che ne è stato? Testimonianza della sua antica bellezza per fortuna si ha ammirando la valle dei templi e mi piace citare tutti i capolavori in essa presenti: il tempio di Castore e Polluce, il tempio di Giove Olimpico, il tempio di Ercole, il tempio della Concordia, il tempio di Giunone Licinia, la Kolymbetra (la piscina degli dei), la tomba di Terone (Terone…non Nerone, questi aveva una splendida villa sulla costa laziale).Ancora pochi chilometri ed ecco un’altra chicca: nei pressi di Realmonte, la costa prende il nome di Scala dei Turchi: merito dei candidi contrafforti rocciosi, modellati dal vento e dalle onde in forme di terrazze naturali a gradoni che si tuffano nel mare. Bisogna esserci, è veramente un posto affascinante dove le foto non bastano mai. E infatti ci fermiamo a lungo, respirando il mare e il cielo.

La nostra mèta finale è Torre Tabia, nel territorio di Sciacca. Purtroppo non abbiamo modo di visitare la cittadina, ma non si può sorvolare così. Sciacca è fiorita con gli arabi, è ricca di chiese, fabbriche conventuali, fortificazioni, palazzi, che vanno dal periodo normanno al gotico, dal rinascimentale al barocco. Le grotte del monte San Calogero, che la sovrasta, furono abitate sin dalla preistoria e furono misteriosamente invase da flussi vaporosi caldissimi; la storia di Sciacca e delle sue terme coincide, per non parlare dei famosi ceramisti del Cinquecento. Una curiosità. Lo sapevate che, per uno spettacolare fenomeno naturale, nel luglio del 1831, al largo di Sciacca, emerse improvvisamente una striscia di terra vulcanica? Fu battezzata Ferdinandea, ma s’inabissò dopo appena cinque mesi… Comunque di Sciacca io mi ricordo l’inabissarsi di una magnifica granita al limone nel mio palato…in un posticino sul porto gestito da un vecchietto piuttosto bizzarro, che ci svela i suoi segreti in materia…Alquanti soddisfatti, raggiungiamo l’agriturismo di Torre Tabia, una vera oasi di quiete e tranquillità, con un eccellente cuoco…

E fu sera e fu mattino: nono giorno.Il tempo non è un granchè, piove, e quando arriviamo a Poggioreale per visitare la città fantasma, l’atmosfera è proprio tetra…e la moto sempre piu’ sporca…I ruderi di Poggioreale si riferiscono al terremoto che ha semidistrutto il paesino, lasciandolo come cristallizzato nell’attimo della rovina, permettendoci ancora oggi di vederne scorci di vita, di quotidianità.La mèta successiva è Segesta, con la sua nota area archeologica: visitiamo il tempio dorico e il teatro, con alle spalle lo scenario del golfo di Castellammare. Si respira aria antica, che va dagli Elimi, popolo in parte indigeno in parte immigrato dall’Anatolia, ai Greci, ai Romani. Mi piace stare sugli scalini del teatro e immaginare quello che avveniva un tempo…un po’ mi prende anche la nostalgia, perché la nostra nave è li a pochi chilometri che ci aspetta…In effetti, poco dopo siamo a Castellammare sul Golfo, dove, dall’alto del promontorio, indoviniamo lo splendido colore del mare, reso verde scuro dal cielo grigio. D’estate deve essere una meraviglia…Dopo aver gustato l’ennesima specialità siciliana, prendiamo l’autostrada per Palermo; sotto una pioggia battente, passiamo per Capaci e, nel vedere la stele, per un attimo il cuore si ferma…L’acqua scrosciante sembra ormai far parte di noi, i pensieri sono molto più ‘bagnati’…

E arriviamo al porto di Palermo, sono passati dieci giorni, ma sembrano molto di più. Ci ritroviamo nella cabina della nave con l’aria da cani bastonati, ci vergogniamo ad ammetterlo…ma sembriamo un po’ quelli di una nota pubblicità che quando tornano a casa dalle vacanze hanno voglia di piangere… Sarà il “mal di Sicilia”???

Daniela Bonfirraro

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